Come recuperare una narrazione dello sport, al tempo in cui lo sport è un prodotto? Si è parlato di questo al panel organizzato al Festival Internazionale del Giornalismo, svolto nelle scorse settimane a Perugia.

Ospiti dell’incontro moderato da Paolo Piras, giornalista del Tg3, Angelo Carotenuto di Repubblica, Giorgio Porrà di Sky, Luca di Meo del collettivo Wu Ming e fondatore del progetto Fùtbologia, e Christino Presutti, sempre di Fùtbologia.

“Oggi ci stiamo chiedendo dove sta andando la narrazione dello sport – ha introdotto il dibattato Piras . Siamo nell’epoca dell’evento sportivo, in cui è cambiato il ruolo del giornalismo, passando da indispensabile ad altro. Tutti gli sport diventano prodotto, cambiano i modelli narrativi, i campioni diventano prodotti e le aziende si inventano una narrazione per i loro prodotti”.

 

 

“Lo sport, a Repubblica, ha avuto da subito un taglio nuovo, ha spiegato Angelo Carotenuto – il giornale fondato da Scalfari ha cercato di raccontare lo sport attraverso le grandi firme, pensiamo a Brera, Possati, Clerici, Laudisio, dando un taglio alle pagine sportive vicine al racconto. Nel momento in cui le pay tv introducono la diretta della partita di calcio cambia completamente lo scenario del racconto televisivo.

Da allora comincia il tentativo di trovare una chiave diversa da parte dei giornali. Le pay tv diventano testimoni e protagonisti, narratori ma anche attori. E si assiste così ad uno svuotamento degli stadi, basti pensare che nel corso di 20 nni la serie A ha perso 1 milione e 600mila persone.
Inoltre la vicinanza con i giocatori ti consentiva di raccontare il calcio in una maniera migliore, oggi gli allenamenti non li puoi seguire, ed il racconto ha per forza di cose rinunciato alla complessità. Ma questo non vuol dire che bisogna arrendersi. Al contrario è necessario attrezzarsi per raccontare il calcio in una maniera diversa”.

Sullo sport in occidente sono sempre stati fatti investimenti simbolici ed emotivi di grande importanza, ha poi sottolineato Luca di Meo.
“Noi siamo da sempre antagonisti di due slogan: no al calcio moderno e si al calcio romantico….per noi questi slogan sono semplicemente fuffa. Il calcio romantico non è mai esistito , basti pensare al doping, alle truffe, all’investimento politico dei presidenti padroni, ed anche il calcio moderno ha le sue aperture e le finestre sul mondo che ti offrono delle possibilità straordinarie”.

cruijff - sport communication

Per Presutti invece non si tratta di andare a ripescare un discorso reducista.

“Il racconto va fatto pensando al contesto. La storia calata nel suo contesto è interessante. Pensiamo alla storia di Zavarov quando venne acquistato dalla Juve o all’archetipo della meteora legata ai meccanismi del potere e della finanza, e mi riferisco cioè al figlio di Gheddafi. Ma anche a racconti che trasmettono l’evoluzione delle cose come quando il Perugia, nel ’98, acquistò su internet l’ecuadoriano Kaviedes, primo giocatore “online”.

Per Giorgio Porrà relegare il calo dell’affluenza negli stadi ad una connessione diretta con l’ingresso delle pay tv è molto relativo.

“La pay tv ha solo migliorato il prodotto calcio. Ai giornalisti della carta stampata ha aiutato a sviluppare la loro creatività. Il racconto televisivo brucia tutto in un attimo. Certo, ha portato a cambiare il modo di raccontare la sport e, secondo me, i quotidiani sportivi sono migliori rispetto a prima.
Se le pay tv sono state la causa degli svuotamenti degli stadi? Sciocchezze, la gente non va piu lo stadio perché gli stadi fanno schifo”.